La storia non si cambia. Ovvero, il migliore dei poster possibili.

La storia non si cambia. Ovvero, il migliore dei poster possibili.

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4 settembre 2015

Tra pochi giorni passerà a Venezia, in concorso, il nuovo film di Marco Bellocchio, “Sangue del mio sangue”, che per Alter è stata la prima campagna di lancio per un film.

12 anni fa, invece, un altro film di Bellocchio era in concorso a Venezia, con un manifesto realizzato in Internozero, lo studio di cui all’epoca ero fondatore e direttore creativo. È uno dei manifesti a cui tengo di più, diciamo che senz’altro fa parte della mia top 20. C’era rispetto per la storia, per le persone coinvolte e per il lavoro artistico del regista,  per le emozioni e la sensibilità del racconto, ma c’era anche un forte impatto visivo, una capacità di sintesi e di immediatezza che non è sempre facile da raggiungere.

Ma non era poi così scontato che il manifesto sarebbe stato questo, almeno nelle prime riunioni con il regista, la produzione e la distribuzione c’era chi si diceva convinto che la strada fosse questa, ma anche chi si sentiva più attratto da altre soluzioni. Lo stesso Bellocchio era uno di questi ultimi, prima di scegliere ha pensato e discusso a lungo. Del manifesto scelto gli sembrava fosse troppo ingombrante la presenza del blocco di titoli e testi lì nel mezzo, quasi a spezzare in due l’immagine, quell’immagine così nota in cui si confrontavano così ferocemente un uomo e un simbolo. Poi era molto interessato a una delle alternative, quella che ritrae Aldo Moro, finalmente libero, camminare solitario all’alba in una strada lucida di pioggia recente. Il finale alternativo che il regista aveva pensato per una storia che tutti noi sapevamo perfettamente come invece si fosse conclusa.

Ecco, da qui modestamente parto, dall’idea che la storia non si cambia. Ok, non si cambia, ma pensare a come sarebbero diverse le cose se avessimo fatto scelte diverse è una tentazione irresistibile, e non è nemmeno poi tanto tempo perso come si dice. Qualcosa da imparare magari ce lo troviamo ugualmente. O almeno, male che vada, ci siamo divertiti.

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