Comunicare le emozioni

di
12 novembre 2015

L’occasione per fermarmi a riflettere sul mio mestiere l’ho avuta qualche settimana fa, quando Akiko Gonda mi ha invitato a intervenire ad HiTalk Cinema, un incontro pubblico – organizzato all’interno della Festa del Cinema di Roma – con alcune personalità del mondo del cinema, quelle che si conoscono di meno, quelle che fanno mestieri importanti ma raramente salgono alla ribalta.

Con me c’erano Chiara Colizzi, la doppiatrice più talentuosa dei nostri anni, Gianmarco Todesco, padre dei software che stanno dietro a molti dei più apprezzati film d’animazione internazionali, lo sceneggiatore Enrico Vanzina e il produttore Luigi De Laurentiis, che forse non hanno bisogno di presentazioni.

Quella di HiTalk, che non si occupa solo di cinema, è una formula interessante creata da Akiko Gonda e Marie Gabrielle De Weck in cui 6 speaker (di solito, almeno quando l’influenza non ne abbatte nessuno) raccontano in diretta e in soli 12 minuti le passioni e le motivazioni che stanno dietro al loro lavoro e la loro visione sui temi grandi e piccoli dei nostri tempi.

Qui ci è stato chiesto di parlare del lato emozionale del nostro mestiere, e ognuno ha fatto del suo meglio per trasmettere qualcosa delle proprie emozioni al pubblico presente. (trovate qui tutti i video) Perché in fondo lo sappiamo, il cinema è questo, emozioni di ogni tipo messe in scena sul grande schermo. Le tecnologie possono cambiare quanto volete, ma alla base c’è sempre questo, alla base c’è la capacità di emozionare il pubblico, in ogni modo e con ogni mezzo.

E proprio per questo mi sono chiesto che ruolo potessimo avere noi che ci occupiamo di comunicazione in questa catena delle emozioni: perché noi non abbiamo modo di agire direttamente nel film, di scegliere cosa comunicare e trasmettere, di partecipare all’evento e parlare di noi e delle nostre emozioni attraverso il film. Noi facciamo altro.

Noi facciamo da ponte fra un’opera e il pubblico, fra un autore e i suoi potenziali interlocutori. Noi siamo chiamati a interpretare e mettere in scena con mezzi differenti lo spettacolo delle emozioni che sta in 90 minuti di film. Siamo chiamati a sentirle, queste emozioni, a farle nostre, siamo chiamati ad un lavoro di empatia e simpatia con l’opera che, quando riesce, ci permette di far arrivare al pubblico – che guarda un manifesto o vede uno spot di 15” in tv – un carico emotivo che sia in linea e in sintonia con l’esperienza che vivranno in sala.

Non è facile, e non è stato facile neanche provare a dirlo davanti a una platea piena. Ma è stato, guarda un po’, emozionante.

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